San Stino d’oggi - Grande Guerra

Municipio di San Stino adibito a ospedale militare

Alcuni edifici di San Stino, tuttora esistenti, furono muti testimoni di fatti accaduti nel corso dell’anno di occupazione austro-tedesca.

Chi volesse farsi pellegrino ed andare a visitare i luoghi in cui il paese visse i tristi momenti della grande guerra può partire da Piazza Municipio, capolinea della ferrovia a scartamento ridotto proveniente da Grisolera. Giungeva dal fronte con un carico di sofferenza e di morte. I feriti venivano ricoverati nel palazzo municipale, trasformato in ospedale militare. Una carretta coperta con un telo nero trainata da un cavallo effettuava di tanto in tanto il mesto trasporto al cimitero comunale di coloro che non riuscivano a sopravvivere.

In alto, sopra l’orologio, la campana, asportata dall’invasore, non batteva più le ore.

A pochi passi dal Municipio è d’obbligo una sosta presso la piazzetta antistante il bar “Arturin” dove il 19 giugno ’18 avvenne l’impiccagione di due irredentisti boemi.
Ogni anno una comitiva da Praga giunge a San Stino per porre, davanti alla lapide commemorativa in bronzo ivi murata, una corona con i colori blu, bianco e rosso della patria bandiera.

Percorrendo poi quella che un tempo era la Riviera lungo la Livenza, superato il castello medioevale dei Prata, si giunge alla seicentesca villa Correr protetta da un alto muro di cinta. Proprietà Mazzotto, all’epoca in cui giunsero in paese gli austro-ungarici, divenne sede del 23° Corpo d’Armata del generale Csicseric. Don Martina, che fungeva da sindaco ed aveva la canonica a poca distanza, veniva spesso invitato a recarvisi a pranzo. Poiché ad ogni invito seguiva da parte del parroco un rifiuto, all’ufficiale che gli faceva notare che tale comportamento poteva essere inteso come uno sgarbo al comandante, il Martina rispondeva: 

"Dica a Sua Eccellenza che qualora fossi ridotto alla fame, un pezzo di polenta lo troverei sempre presso i miei contadini".

Vicino alla Villa c’è il campanile della parrocchiale. Dando un’occhiata in alto, lungo lo spigolo a sud, appena al di sotto della cella campanaria ed anche più in giù, si nota che in alcuni punti le pietre hanno un colore più intenso. Testimoniano le riparazioni eseguite nell’immediato dopoguerra delle ferite inferte il 7 novembre ‘17 dall’artiglieria italiana della brigata «Sassari» in ritirata verso il Piave.

Ripercorrendo a ritroso la Riviera che non c’è più, ora via F.lli Martina e via Marconi, e attraversato il ponte ad archi, si giunge alla Chiesetta del Rosario, opera degli inizi del Novecento dell’architetto Max Ongaro al cui interno rimangono alcuni dipinti di Giuseppe Cherubini. Durante l’anno di occupazione venne adibita a magazzino per il deposito di granoturco da distribuire alla popolazione di San Stino e Corbolone. Con la facciata rivolta verso la Livenza, sino dall’arrivo degli austro-ungarici assistette al gran traffico che si svolgeva nelle vicinanze: di fronte aveva la stazione fluviale, una passerella ed un robusto ponte per il transito di mezzi militari pesanti.

Per completare la visita agli edifici che ricordano la grande guerra bisogna dirigersi verso l’antica via Comugne, ora Leopardi e viale Trieste. All’imboccatura, sulla destra, tra gli alberi c’è la vecchia casa padronale già proprietà Carrer ed ora Ostan. Era la sede del tribunale in cui si trattavano cause militari e civili di lieve entità; per i reati gravi la competenza era sdemandata ai tribunali di San Vito e di Udine.

Poco lontano sorgeva il "Lazzaretto", attualmente istituto Mattei. Dalla denominazione si deduce che l’edificio doveva fungere da ospedale per malattie infettive ed epidemiche. La sua costruzione, già avviata prima di Caporetto, venne completata dagli austro-ungarici. Le due stanze poste sul davanti erano riservate agli ammalati, dietro c’erano la cucina e l’obitorio. Si moriva soprattutto di "spagnola".