Il poeta Giacomo Noventa

Giacomo Noventa militare - 1916

Giacomo Noventa, pseudonimo di Giacomo Ca’ Zorzi, poeta e saggista, nacque a Noventa di Piave il 31 marzo 1898, da una famiglia di ricchi proprietari terrieri.

Nel 1915, quando scoppiò la Prima guerra mondiale, era studente ad Udine, ma appena apprese la notizia fuggì dalla scuola per arruolarsi volontario.
Venne respinto perché non aveva l’età minima consentita, ma non desistette, e ritornò l’anno successivo al compimento dei diciotto anni.
Questa volta fu accettato ed aggregato al corpo degli Arditi.

Giacomo Noventa (1898-1960)

Congedato, concluse gli studi a Torino dove, nel 1923, si laureò in Giurisprudenza, con una tesi in Filosofia del Diritto. Nella città intrattenne rapporti con Piero Gobetti ed altri intellettuali, tra i quali lo scrittore Mario Soldati, con cui instaurò una duratura e profonda amicizia. Oppositore del fascismo, negli anni del Regime soggiornò per lunghi periodi all’estero, dove allargò i suoi orizzonti, e filtrò la cultura italiana attraverso la grande cultura europea. 

Tornato in Italia, nel 1936 fondò a Firenze "La Riforma Letteraria", rivista fortemente polemica nei confronti della cultura ufficiale del tempo, che gli diede quella fama di personaggio scomodo, che lo accompagnerà per tutta la vita.

Villa Ca’ Zorzi - inizio 1900

Nel dopoguerra, riprese con rinnovato vigore la sua battaglia per la "riforma" della cultura italiana, fondando a Venezia la "Gazzetta del Nord".
Collaborò a varie riviste e giornali, e dopo l’incontro con Adriano Olivetti, anche alle iniziative editoriali di Comunità.
Nel 1956 vinse il Premio Viareggio per la poesia con la prima edizione di "Versi e poesie", primo ed unico riconoscimento letterario ufficiale.

Per una crudele ed inesorabile malattia, morì a Milano il 4 luglio 1960.

Il tema della guerra compare in diverse sue poesie, quasi sempre è legato al paese natale.

In "Un giorno o l’altro" parla delle case distrutte e ricostruite sulle macerie:

Un giorno o l'altro mi tornarò,
no' vùi tra zénte strània morir,
un giorno o l'altro mi tornarò
nel me paese.
Dentro le pière che i gà inalzà
su le rovine, mi cercarò,
dèntro le pière che i gà inalzà,
le vecie case. […]

Villa Ca' Zorzi bombardata - febbraio 1918

 

Mentre nei versi di "Nel me paese" c’è il chiaro riferimento alla casa di famiglia, l’ottocentesca villa Ca’ Zorzi distrutta dalle granate

 

Nel me paese ghe xé una casa
Putèl filosofo là gò vissùo
Là me son pianto e divertìo
Eh, sì, anca alora!
Come un artista che se rispetti
Appena toso la gò lassada
Dio ga vossùdo che quella casa
Fusse distrutta. […]

 

Infine "Co se gera soldai" è dedicata all’esperienza militare e alla vita di trincea:

Cô se gera soldai dentro in trincea,
o a riposo o marciando o a l’ospeal,
e i compagni più veci ne diseva,
e parlàsseli pur del so paese,
dei campi e dei lavori lassài là,
una storia d’amor,

gèrimo in tanti a no’ saver ancora
quel che fusse una dona, e s’ascoltava,
se inventàvimo un nome, e se moriva,
(se imparava a morir…)

Ancùo lesendo, come i fusse vivi,
in Giacomo, in Francesco, in Dante e in altri
cari poeti, o nostrani o foresti,
ma xé vignùo un pensier:

Che noialtri se sia come i coscriti
in una guera granda, e che i poeti
sia come quei soldai che ne diseva,
e parlàsseli pur del so paese,
dei campi e dei lavori lassài là,
una storia d’amor.

Da "Versi e poesie", Marsilio Editore