La guerra del vino

Cantina di Villa Da Mula a Romanziol

Gli austriaci devastano le cantine, e il raboso da una mano agli italiani.

C’è una fotografia che molti conoscono, perché è stata spesso pubblicata, in essa si vedono alcuni militari austriaci che bevono e spillano il vino, dalle botti di una cantina semidistrutta. Il luogo in cui è stata scattata l’immagine, è la cantina di villa Da Mula a Romanziol, e la scena che rappresenta è emblematica di quanto accadde nel novembre del 1917, nei primi giorni dell’invasione nemica. Quando i soldati austriaci, prima di affrontare il Piave che li avrebbe fermati, affrontarono un altro fiume, formato dalle migliaia e migliaia di ettolitri di vino, che trovarono nelle cantine del territorio occupato.

Così ne scrive il Chimenton:

"Gli Austriaci e gli Ungheresi entrano nelle case, si precipitano nelle cantine. Testimoni oculari descrivono anche oggi lo spettacolo brutale di quegli avvinazzati, che non avevano, sembra, che un unico programma: lo sperpero e la distruzione; si bevette con una avidità impressionante, il vino che non si poté consumare, in quest’orgia fantastica, fu lasciato libero, spezzate le botti, sguazzarono i Tedeschi su laghi di nuovo genere, nel fondo delle grosse cantine del basso Piave, prima della partenza dei profughi in varie cantine di Chiesanuova, stavano galleggianti sul vino salme di soldati Austriaci e Ungheresi […]."

(C. Chimenton - San Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e Passerella - 1923)


Negli stessi giorni, i soldati italiani trincerati sul Piave nell’attesa dell’imminente attacco nemico, proveniente dall’altra sponda, sentivano il chiasso dei militari austriaci che gridavano e cantavano ubriachi.

Annota nelle sue memorie il cappellano don Fiorino Condotta:

"La sera del 10 novembre [1917] a Noventa c’era uno spettacolo mai visto. I soldati nemici erano in gran parte ubriachi di raboso, che in grande quantità ancora fermentava nei tini, e cantando le loro canzoni, giravano di qua e di là con in mano oche e anatre […] Erano affamati, ed in mezzo all’abbondanza di cibo e vino, che finalmente avevano trovato, passarono tre giorni, in allegria.
La mattina del giorno 14, tentarono con barche e difesi da mitragliatrici, di passare il Piave ma, dopo due ore di combattimento, furono respinti. Merito del Piave – considera il sacerdote - che si dimostrava un baluardo forte e sicuro di difesa. Ma molto aveva concorso anche il raboso, che nei tre giorni precedenti aveva bloccato il nemico, dando tempo agli italiani di prepararsi."